Dopo industria 4.0 che tanto ha dato all’impresa in termini di innovazione si affaccia timidamente industria 5.0. Timidamente perché al momento c’è solo la cornice del provvedimento presentato dal Governo, manca, invece, tutta la parte essenziale che sarà dettagliata in due decreti attuativi. Il provvedimento è rintracciabile all’interno della “scatola” in cui si trovano 6,3 miliardi di fondi europei del RepowerEu a cui si aggiungono altri 6,4 miliardi “residuato bellico” di industria 4.0. Quasi 13 miliardi, un bel gruzzoletto.

Non c’è molto tempo a disposizione, gli incentivi sono strettamente legati a progetti realizzati nel 2024 e 2025. I dettagli su come muoversi ed agire non ci sono ancora ma l’anno utile il 2024 è già in corso. Come troppo spesso avviene, arriviamo in ritardo, in affanno e anche un po’ disorientati. Tutto gira intorno alle parole d’ordine: innovare e ridurre i consumi energetici. Macchine utensili, robot, magazzini automatizzati. C’è però un ampliamento rispetto alla vecchia platea di beni: vengono ricompresi anche software o applicazioni per il monitoraggio dei consumi e dell’energia autoprodotta o che introducono meccanismi di efficienza energetica; nonché, se acquistati unitamente a questi, software per la gestione di impresa.

Il provvedimento era atteso da mesi dalle imprese, che in molti casi hanno sospeso gli investimenti in vista dei nuovi crediti d’imposta. Una parte delle linee guida sono recuperate dai “fondi di magazzino” della legge di Bilancio 2017 che aveva imbastito e costituito il volano di industria 4.0. Ma c’è di più, come accennato le risorse dovranno essere impiegate in progetti di innovazione che riducano i consumi energetici della struttura produttiva di almeno il 3%, oppure i processi interessati dall’investimento almeno del 5%. Alcune cose si sanno già, altre no. Come avviene in questi casi sarà necessario orientarsi nei meandri della burocrazia, nel ginepraio dei decreti attuativi e della successiva prassi amministrativa. Un duro lavoro ma ne può valere la pena. La formazione sulle tecnologie digitali sarà una chiave importante: le spese saranno agevolabili ma solo entro il 10% degli investimenti totali e comunque fino a 300mila euro.

Le aziende saranno però tenute a ricorrere a formatori esterni. Nella sostanza il credito d’imposta è inversamente proporzionale all’ammontare degli investimenti effettuati: la ratio sottesa è dare una mano alle piccole e medie imprese. Gli incentivi non riguardano solo l’acquisto. Anche il leasing è contemplato con anche le soluzioni di cloud computing. Ad una prima lettura il provvedimento mostra qualche perplessità. Come sarà possibile misurare la riduzione di almeno il 3% dei consumi energetici della struttura produttiva? Inoltre, ci sono alcuni settori che sono esclusi dagli incentivi come i settori ad alta intensità energetica come le aziende della produzione di carta, ceramica, acciaio, metalli non ferrosi, ghisa, cemento, diversi prodotti chimici, idrogeno e altri.

Settori strategici, filiere industriali importanti, in questo modo si penalizza la competitività. Andrebbero inclusi, per supportarli nel percorso di abbattimento delle emissioni, favorendone lo sviluppo green. E poi dulcis in fundo c’è il problema aperto della cumulabilità dei benefici soprattutto in alcune aree del mezzogiorno. In conclusione per dirla con Mark Zuckerberg, Ceo e fondatore di Meta (Facebook), “il rischio maggiore è non correre nessun rischio” e ciò vale in ogni ambito della vita ma soprattutto nell’attività d’impresa.

di Marzio Nava
DETERGO Magazine # Aprile 2024