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REPORTAGE –Il Pulito del XXI secolo è un’esperienza multisensoriale

Concordi gli addetti ai lavori: ai nostri giorni non bastano  gli sbiancanti ottici di una volta, perché il cliente vuole consegnare i propri capi a chi gli garantisce un’igiene integrale, che sia comprensiva delle fasi di lavorazione, della  manutenzione delle macchine, della scelta dei solventi.

Di fondamentale importanza anche la presentabilità di ambienti lindi, profumati, dove vedere gli operatori al lavoro, e dove sia sempre possibile dialogare con chi riceve al bancone

 

Una Euro Lavanderia non manca a Napoli, né a Prato, e nemmeno ad Andria. Lavanderie Europa prosperano invece a Macerata, Mestre, Carpi, San Benedetto del Tronto, San Michele al Tagliamento, Chieti, Agrate Brianza, Bevazzana, Genova, Montecatini Terme, Aldeno, Piove di Sacco.

In un Paese come l’Italia che, responsi elettorali alla mano, non sprizza amore per l’Europa da tutti i pori delle sue regioni, quest’inflazione di nomi con euro-radice qualcosa già ci dice a proposito delle lavanderie del XXI secolo. Le quali tendono a presentarsi accampando sin dall’insegna un proprio coinvolgimento in una nuova idea di Pulito, condivisa con altri Paesi dell’Unione Europea: e quindi più continentale che paesana, più regolamentata che improvvisata, più certificabile che intuibile.

Ma poi, citando un film di successo dei fratelli Vanzina, dietro l’insegna niente… oppure un nuovo concetto di pulito generato dai tempi? Sospinti dalla curiosità di saperne di più, abbiamo girato la domanda ad autorevoli addetti ai lavori, con la soddisfazione, come avrete ora modo di leggere, di tornare a riva con le reti zeppe di quei pesci che si chiamano “informazioni”.

“Sono finiti i tempi degli sbiancanti ottici che ripagavano le care massaie di una volta, felici di rincasare con camicie bianchissime e pantaloni dalla riga perfettamente stirata” esordisce Marco Boccola, direttore commerciale della Ilsa, che produce macchine per lavanderia a San Vincenzo di Galliera, nel Bolognese.

E continua: “Oggi la clientela che entra in una pulitintoria non si limita a dirigersi al banco. Durante il tragitto si guarda attorno, annusa, getta lo sguardo alle macchine in funzione nel retro, e lo fa perché, dove si produce pulito, esige giustamente che tutto sia igienicamente in regola, accogliente, gradevole. Per cui oggi riempirsi la bocca di parole come tensioattivi e batteriostatici dentro un negozio trasandato e maleodorante aggiorna solo l’effetto illusorio degli sbiancanti ottici del secolo scorso. Quelle parole acquistano invece senso dentro strutture dotate innanzitutto di macchine altamente professionali, soggette a una manutenzione costante, pulite dentro per riempirci di un pulito che alla fine dei lavaggi esce davvero dai loro oblò”.

“Oggi l’equazione pulito uguale a igiene è molto più rigorosa rispetto a una volta” conferma Gabriele Giotto, sales and product manager di Grandimpianti, che produce macchine per lavanderia a Sospirolo, in provincia di Belluno. E continua, privilegiando quest’angolazione: “Nel XXI secolo, per usare un esempio concreto, lavare non significa semplicisticamente fare sparire le macchie dal nostro sguardo. Il fatto che non si veda più non significa che siano stati debellati gli effetti chimici provocati da quell’infiltrazione di sporco in termini per esempio di muffe, di deterioramento del tessuto. Occorre usare prodotti chimici efficaci, rigorosi, testati secondo tutti i parametri oggi condivisi nel settore della manutenzione dei tessili con delle apparecchiature professionali che li sappiano sfruttare al meglio”.

“Ma a quel punto – continua Giotto – il solo solvente non è garanzia assoluta di pulito, che una lavanderia deve fornire con continuità, lavaggio dopo lavaggio ai suoi clienti, usando macchine costruite per uso professionale, e non imitazioni delle lavatrici domestiche. Parlo di macchine che consentono anche di realizzare il wetcleaning, per esempio, acquistate da fornitori in grado di garantire assistenza in remoto per la prevenzione e soluzione di un’infinità di casistiche, che possono spaziare dal lavaggio del piumino d’oca della ragazza del terzo piano a quello di indumenti utilizzati da degenti di case di riposo soggetti a particolari problematiche”.

“Il concetto di pulito è stato soggetto negli ultimi anni a una sensibile evoluzione, nel segno della qualità” ci spiega Corinna Mapelli, co-titolare della Trevil che produce macchine per lo stiro a Pozzo d’Adda, nel Milanese. Per poi precisare: “Di sicuro il settore dello stiro ha dovuto affrontare sfide importanti, in quest’ottica di virtuosi cambiamenti, riferiti in particolare al maggiore, ormai dominante, impiego dell’acqua nelle lavanderie dei nostri giorni”.

“È indubbio – continua Corinna Mapelli – che il capo lavato a secco passa nelle linee dello stiro praticamente senza cambiare di forma, e presenta perciò meno problematicità di trattamento di un capo che è stato bagnato.

Si è dunque passati da uno stiro quasi accessorio del lavaggio, a uno stiro molto più incisivo e performante. Il salto di qualità tecnologico balza agli occhi nell’impiego sempre più diffuso di manichini tensionati, ma anche di tavoli aspiranti e soffianti dotati di maggiori accorgimenti ergonomici, dato il tipo di impegno previsto per gli operatori in servizio a quei tavoli”. “Possiamo perciò dire – conclude Corinna Mapelli – che il pulito prodotto dalle lavanderie del XXI secolo è frutto di un’altra qualità integrale, nel lavaggio e nello stiro”.

Con Marco Niccolini, direttore commerciale della Renzacci, che produce macchine per lavanderia a Città di Castello, in Umbria, la prospettiva si allarga alla società: “Sono proprio i social forum – ci dice – a raccontarci di un cambiamento epocale sotto gli occhi di tutti, dove pulito è uguale a benessere, e dove valori come biodegradabilità e ipo-allergenicità sono diventati irrinunciabili. Tanto è vero che i natural solvent, così chiamati per le origini naturali, hanno in poco tempo raddoppiato il loro raggio d’azione all’interno del lavaggio a secco, aumentando la loro competitività nei confronti del percloro etilene, e richiedendo al mercato dei fornitori macchine in grado di rispettare morbidezza e colori dei tessuti”.

“Tutto ciò fa bene sia alla salute che al portafoglio di chi investe nel cambiamento in atto – conclude Niccolini. – Noi lo tocchiamo con mano agli Academy Day organizzati per imprenditori e operatori del settore, con adesioni che arrivano in massa da ogni parte d’Italia. Ciò significa che da Vipiteno e Punta Raisi cresce la domanda di nuovo pulito, dentro e fuori i negozi di lavanderia”.

Diventa importante a questo punto la voce di un imprenditore della lavanderia. Lo troviamo a Legnano in Federico Cimini, titolare della società Quadrato Verde, che ha dato vita a quattro “Lavanderie del Centro”. “Nel XXI secolo il pulito resta il bisogno fondamentale del cliente, ma non può più restare isolato – rivela Cimini. – Ciò vale per gli orari di apertura flessibili, all’interno dei quali il cliente possa fare sempre un’esperienza viva del negozio in cui entra, percependo con tutti i sensi un’idea di pulito integrale, dovuta anche al personale al lavoro davanti ai suoi occhi. Su questa base di fiducia deve innestarsi un dialogo oggi indispensabile con titolare e dipendenti della lavanderia, al cui bancone chi porta i capi porta anche la loro storia, fatta di tessuti, fibre, macchie, precedenti lavaggi.  Un bel lavaggio inizia dal dialogo con il cliente”.

Alessandro Rolli, amministratore delegato di Kannegiesser Italia, che produce macchine e impianti per lavanderia industriale, fornisce a sua volta un contributo grazie a cui allargare ulteriormente il nostro obbiettivo. “La qualità è diventata un valore fondamentale per le industrie di lavaggio e noleggio del tessile – ci scrive Rolli. – E, contrariamente a quanto alcuni affermano, è una qualità scientificamente misurabile attraverso diversi indicatori quali:

– Conducibilità di processo

– Percentuale di rilavato

– Deterioramento della fibra (meccanico e chimico)

– Contenuto di ceneri

– Punto di bianco

– PH

– Riproducibilità del risultato

La qualità del lavaggio, inoltre, impatta sensibilmente sui processi successivi ad esempio ai mangani potremmo avere problemi di stiratura, rottura frequente dei nastrini, ingiallimento, incrostazione delle conche, consumo prematuro mollettoni etc… etc…

Qualità di lavaggio è quindi sinonimo di aziende che funzionano bene, in modo integrale, lungo tutta la loro filiera”.

E concludiamo questa panoramica su cosa significa Pulito nel XXI secolo con il punto di vista di Mirco Mongillo, direttore commerciale di Firbimatic, che produce macchine per lavanderia a Sala Bolognese. “L’alta qualità del pulito oggi é una via obbligata per le lavanderie che intendono reggere la competition dei nostri tempi – chiarisce Mongillo – e le motivazioni di questo dato di fatto dipendono anche dal fattore umano. Nei centri commerciali dove tanti clienti vanno a consegnare o ritirare i propri capi, dietro il bancone non c’é più la cara signora Maria dei bei tempi, con cui fermarsi a fare due chiacchiere sul tempo che fa. Per forza di cose si interagisce con strutture più anonime e frettolose, che devono sostituire quel calore umano con l’eccellenza di un pulito integrale”. •

di Stefano Ferrio

Rivista Detergo Marzo 2018