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REPORTAGE – Dry cleaning, perché no? Storia di una felice rinascita

Tempi rapidi, esiti altamente performanti, funzionamento a circuito chiuso. Secondo i testimonial che abbiamo intervistato, sono tre buone ragioni per spiegare il ritorno a un lavaggio a secco dove il wet cleaning mostra qualche limite. Con un occhio di riguardo ai valori “Green” oggi dominanti, e un’incessante ricerca di alternative al percloroetilene

 

Tecnologia sì, ma anche manualità, sono i fattori che testano la qualità di un lavaggio a secco, sul cui futuro indaghiamo a fondo in questo reportage di Detergo.
Sul tema così si legge in un comunicato di Pony, azienda milanese che produce macchine per lo stiro, e di cui è presidente Paolo Fumagalli:  “Fra gli elementi che contraddistinguono una lavatura di alta qualità non bisogna mai dimenticare la cosiddetta, decisiva “buona mano” del tessuto: ovvero quella morbidezza e quel rilassamento che solo al tatto rivelano la completa portabilità di un capo”. “Anche in considerazione di questo, Pony è concentrata nella messa a punto di sistemi e tecniche di finitura dei capi che variano in funzione della “qualità” del lavato consegnataci dagli impianti di lavaggio a secco. Di sicuro i tempi di stiratura si riducono all’essenziale quando il lavaggio a secco consegna capi senza problemi relativi a dimensioni, cuciture, pelurie, sporco magro e grado di stropicciatura dei capi”. Assumendo come “arbitro” ideale chi riceve i capi nelle postazioni dello stiro, resta poi da capire come questi abiti e pezzi di guardaroba vengono trattati durante il lavaggio. Dove l’espansione indubbia e formidabile del wet cleaning sta trovando un bilanciamento nella ripresa di un lavaggio a secco mirato e tutelato. Su vitalità e potenzialità di un dry cleaning ancora da scoprire del tutto non ha dubbi Marco Niccolini, direttore commerciale della Renzacci, che produce macchine per il lavaggio a Città di Castello (Perugia): “Mi piace citare due lavanderie nostre clienti – esordisce Niccolini – una del nord Italia, la Pulisecco 2000 di Pordenone, e l’altra del sud, la Giuseppe Romeo di Locri. Distanti solo nei chilometri, ma in realtà vicinissime, accomunate da una scelta radicale a favore di un concetto di bio-lavanderia oggi irrinunciabile se nel dry cleaning si vogliono rispettare i principi fondamentali del benessere collettivo e della tutela ambientale: ciò vale per le macchine come per i solventi. Proprio per promuovere questi valori, noi oggi lavoriamo a stretto contatto con i nostri clienti, di cui siamo partner e non solo fornitori. In questo modo tocchiamo con mano i grandi risultati ottenuti da imprese artigiane che realizzano incrementi annui anche del 15% di fatturato”.
Mirco Mongillo, direttore commerciale di Firbimatic, che produce macchine per il lavaggio a Sala Bolognese, taglia il proprio intervento sul tema del rigore. “Osservo che nel mercato attuale impazza una certa confusione, soprattutto in tema di solventi. Di conseguenza, un’azienda come la nostra, che fa dell’affidabilità la propria bandiera, punta a un’offerta di dry cleaning il più possibile sicura, certificata. Da qui l’importanza di commercializzare macchine a circuito chiuso che, non scaricando emissioni nell’atmosfera, hanno impatto zero nell’ambiente”. “Altri numeri comprovati – continua Mongillo – riguardano il risparmio energetico. Qui possiamo dire che una nostra macchina da 15 chili di portata risparmia 2 kilowatt/ora per ciclo, e aggiungo che stiamo lavorando per ulteriori miglioramenti”.
Che la strada dei consumi ridotti sia senza ritorno, viene confermato da Eugenio Boni, direttore commerciale di Italclea n, che produce macchine per il lavaggio a secco a San Giorgio di Piano, nel Bolognese. “Una volta assodato questo principio – spiega Boni – un utilizzo intelligente e mirato del lavaggio a secco consente ulteriori risparmi, ad esempio quello di ettolitri di acqua scaricati nelle fogne dagli impianti di wet cleaning. Inoltre il dry cleaning porta i benefici del lavoro a circuito chiuso, e di uno stiro facilitato dalla maggiore asciuttezza dei capi. Resta ovviamente aperta la questione del percloroetilene, molto efficace, ma da sempre al centro di accesi dibattiti sulla sua pericolosità. Il dato certo è che queste incognite danno vita da anni a una ricerca continua di prodotti alternativi, sfociata prima nell’Intense e poi nel SENSENE™. Anche nell’immediato futuro aspettiamoci novità, magari l’anno prossimo a EXPOdetergo International”.
E che la ricerca, nel mare magnum del dry cleaning, sia destinata a continuare a lungo viene confermato da Marco Boccola, direttore commerciale di Ilsa, che produce macchine per il lavaggio a secco a San Vincenzo di Galliera, provincia di Bologna. “Mentre i piccoli negozi sono in calo continuo, destinati ad un futuro molto selettivo – argomenta Boccola – le grandi strutture, le catene, tornano in modo mirato al dry cleaning, perché possiede due doti indiscutibili: i tempi rapidi e la resa performante del capo, a cui bastano minimi interventi per tornare indossabile. Noi ce ne rendiamo conto in base al successo di Ipura, macchina che lava, spazzola e stende i tessuti, riducendo tempi e mansioni degli operatori”. “E se il percloro è sotto attacco – conclude Boccola – l’industria ormai ne ha preso atto, investendo sempre più risorse in solventi alternativi, che prima o poi occuperanno l’intera scena”.
“È vero che l’indotto dell’abbigliamento ha abbandonato da tempo il “tessile classico” a cui siamo stati abituati per decenni, ma attenzione a dare il percloro per morto” puntualizza Marco Vaccari, che con il socio Roberto Castelli condivide la proprietà di Surfchimica, azienda milanese di Peschiera Borromeo che crea e commercializza prodotti chimici per lavanderia. “Per il momento resta dominante in buona parte d’Europa, quanto meno grazie alle tutele che garantisce al lavoratore, ma prestando il fianco a una continua ricerca dell’alternativa giusta, vuoi tramite idrocarburi, vuoi tramite alcolici. L’offerta si moltiplica, stimolando aziende come la nostra ad allargare la gamma dei prodotti compatibili con i vari sistemi di lavaggio, fornendo per ognuno lo smacchiatore o il rafforzante giusto”.
Chiudiamo in senso circolare, affidandoci come all’inizio a una voce proveniente dal mondo dello stiro, rappresentato in questo caso da Daniele Battistella, titolare della Battistella , che produce macchine per lo stiro a Rossano Veneto, nel Vicentino. “Lavare e stirare – ci dice – fanno parte dello stesso processo di pulizia, verità resa ancora più lampante da un interesse sempre più condiviso per il fattore “green”, e per la tutela ambientale. I nostri tavoli da stiro, che sono progettati in funzione del risparmio energetico, trovano collocazione ideale dove si effettua un lavaggio a secco rispettoso di regole indispensabili per il benessere di tutti: fornitori, titolari di lavanderia e clienti finali”. •

Rivista Detergo – Settembre 2017

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