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REPORTAGE — Come il nome “lavanderia” somiglia sempre di più a “vita”

Gli addetti ai lavori non hanno dubbi: il XXI secolo ha portato una rivoluzione, ancora in pieno corso, nella manutenzione del tessile. Un cambiamento che coinvolge nel profondo l’intero indotto, integrando le antiche funzioni della pulizia e dell’igiene con una nuova natura multi-service in grado di spaziare fra i più diversi bisogni della clientela.
Compreso quello di non rivolgersi più a un negozio, ma a una app che agevola ritiri e consegne a domicilio, e a qualsiasi ora

“Che siano lavanderie a gestione familiare, punto di riferimento di un quartiere, franchising collocati nei centri commerciali  o negozi automatici a gettoni, su un punto concordano tutti: nel giro di dieci anni, tra crisi e cambiamento di abitudini dei torinesi, il mercato che ci porta a lavare e stirare abbigliamento si è quasi dimezzato. Un cambiamento che ha portato i negozi specializzati ad ampliare il tipo di offerte per attirare i clienti, a velocizzare il servizio e a studiare soluzioni originali”.
A proposito di “Lavanderie del XXI secolo”, il tema di questo reportage, così scriveva Federico Callegaro su La Stampa del 10 gennaio 2015. Quattro anni dopo, sappiamo benissimo quanto i risultati di  quell’inchiesta, effettuata a Torino e dintorni, oggi valgano non solo per l’Italia, ma per il mondo intero. Ora infatti possiamo affermare, alla luce dei fatti avvenuti dal 2015 in poi, che si trattava di un articolo profetico, in grado di tratteggiare, sulla base di elementi verificati sul campo, lo sviluppo di un settore quale poi si è effettivamente verificato, accentuando ulteriormente tendenze di innovazione allora agli albori.

Ancora nel pieno della crisi economica più lunga del secondo dopoguerra, il settore della manutenzione del tessile dimostrava, innanzitutto a se stesso, la propria indispensabilità di indotto a cui questo mondo globalizzato non può rinunciare in termini certamente economici, ma anche sociali e culturali. Perché di strutture a cui ricorrere quotidianamente per milioni di tonnellate di biancheria destinate da una parte a ospedali, case di riposo, alberghi e ristoranti, e dall’altra ai guardaroba di un’umanità sparsa per i cinque continenti, non si può fare evidentemente a meno. Anche a costo di modificare radicalmente sistemi produttivi e strategie di marketing,  perimentando sinergie con altri settori fino all’altro ieri nemmeno pensabili. Questo sembra valere in modo particolare per le lavanderie artigiane e commerciali, i “negozi” di cui tutti abbiamo esperienza.
“D’altra parte, dopo il cibo che mangio, cosa c’è di più intimo del vestito che indosso?” osserva a tale proposito Marco Niccolini, direttore commerciale della Renzacci che produce macchine per il lavaggio a Città di Castello.
E continua: “È così da sempre, ma solo negli ultimi anni è una consapevolezza acquisita a livello di massa. Ce lo dicono proprio le lavanderie del XXI secolo, dimostrando di stare sul mercato grazie a una visione totalmente nuova di quel Benessere che è diventato la mission principale richiesta a questo settore. Al punto che nelle lavanderie oggi entra a pieno titolo il non-lavabile, per il quale si richiedono specifiche modalità di igienizzazione e disinfezione, necessarie per garantire la salubrità di borse, scarpe, caschi,
trapunte e quant’altro deve rispettare dei precisi standard di igiene per trovare posto nella nostra vita di tutti i giorni”.
“Alle lavanderie di oggi affidiamo un’idea globale di Benessere – conclude Niccolini – e i giovani delle ultime generazioni padroneggiano questo dato di fatto con la lucidità che li porta a scegliere il servizio per loro a prescindere dalla sua localizzazione. Sono nuovi utenti, che privilegiano una relazione on demand inventata perché sia la lavanderia a recarsi al loro domicilio, a ritirare e a consegnare.
È un’autentica rivoluzione, destinata a cambiare del tutto look e organizzazione del negozio dove si fa la manutenzione del tessile”.
“Il cambiamento in atto è davvero imponente, una via senza ritorno che ci porterà verso modelli di lavanderia oggi impensabili” continua, su registri analoghi, Carlo Miotto, amministratore delegato di Imesa, che produce macchine per il lavaggio a Cessalto, in provincia di Treviso.
E spiega: “Tanto che oggi le chiamiamo ancora lavanderie, ma un domani potrebbero addirittura cambiare nome per la semplice ragione che si rafforzerà la loro natura di multiutility, ovvero luoghi fisici dove entrare per portare cinque camicie a lavare ma, visto che ci sono, anche per fare una copia di chiavi, aggiustare l’orlo di un paio di braghe, fare provvista di capsule per il caffè”. “Perché il nocciolo della questione si chiama tempo libero – precisa Miotto – ovvero qualcosa che, in questa società sempre più liquida, fatta di servizi, nonché di lavori, sempre più specifici nei tempi e nei modi, è destinato a diventare sempre più prezioso. Al punto che nelle metropoli, dove tanti già adesso staccano dai loro computer a ora tarda, la lavanderia, prima ancora che un luogo fisico, un negozio fatto di muratura, si impone come servizio, come app sul mio Smartphone da attivare perché, alle undici di sera, qualcuno passi per casa mia a ritirare un tot di capi da lavare riportandomi quelli ritirati la settimana prima. La corsa al primo drone che fa tutto ciò al posto di un fattorino è già cominciata”.
In attesa di assistere alle spettacolari consegne di camicie di cui parla Miotto, è importante rilevare come già in questo presente i segni innovativi siano palesi, quanto significativi.
Uno di questi esempi suscita il racconto di Giuseppe Conti, titolare della A13, che produce accessori per lavanderia a Milano. “Proprio a Milano – rivela Conti –  sono rimasto colpito da una lavanderia dove, nella stanza riservata allo stiro, tutto il calore prodotto dalle macchine viene aspirato da bocchettoni che, oltre a mantenere fresco l’ambiente convogliano quest’aria calda per spararla nella stanza adiacente, dove serve ad asciugare i piumoni”.

“Quest’attenzione integrale alla sostenibilità e al risparmio energetico – prosegue Conti – era qualcosa di impensabile all’inizio di questo secolo, che è caratterizzato proprio dalla presa di coscienza della priorità di tematiche del genere in un qualsiasi ambito produttivo, lavanderia compresa”.
“Chi capisce a fondo questi processi innovativi, e ne trae le conseguenze, corre inevitabilmente davanti agli altri, anche per quanto riguarda l’automazione e la gestione delle risorse” ribadisce in proposito Marco Ziliani, direttore commerciale della Trevil, che produce macchine per lo stiro a Pozzo d’Adda, nel Milanese. “Naturalmente ciò chiama in causa il fattore umano, la capacità di analisi e l’intraprendenza di chi va per primo a fondo di certi ragionamenti.
Noi di Trevil lo abbiamo recentemente visto in Estonia – prosegue Ziliani – Paese baltico dove le competenze e la capacità comunicativa del nostro rivenditore diventano decisive nel convincere le aziende, con argomenti validi, a procedere al rimpiazzo delle macchine, dettato dalla necessità di mantenere alta la competitività accrescendo il tasso di automazione nei processi produttivi. Chi fa sua questa verità, comprende inevitabilmente la direzione, fortemente innovativa, imboccata dalle lavanderie del XXI secolo”.
“Di fronte all’attuale indotto globale della lavanderia, si può concludere che la transizione dal ‘900 al 2000 è ormai compiuta” arguisce Livio Bassan, amministratore delegato di Christeyns Italia, che crea prodotti chimici per la lavanderia a Pessano con Bornago, hinterland milanese. E continua: “Lo si vede da un progresso generale che si caratterizza per continue migliorie nella riduzione dei consumi, nella gestione completa e continua delle informazioni, nella piena adozione degli standard su cui si misura la sostenibilità di un’azienda”. “Ormai è un processo irreversibile – continua Bassan. – Lo si coglie dai milioni di tag identificativi che, ogni giorno, marchiano capi in entrata e in uscita nelle lavanderie di tutto il mondo”.
E sempre dal settore della chimica arriva, a conclusione del nostro reportage, la “morale della favola”, affidata a Stenilio Morazzini, Ceo della Montega di Santa Monica, provincia di Rimini: “Oggi non esistono più vecchie lavanderie, quelle che trovi in giro sono solo nuove lavanderie, e sono per questo motivo testimonial autorizzati del nostro tempo”. •

 

 

di Stefano Ferrio

Detergo Rivista Maro 2019

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