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REPORTAGE — Abiti da lavoro, passaporto per l’Europa di aziende grandi e piccole

Arrivano dall’Italia continui segnali di sviluppo di questo settore, visto che di uniformi si inizia a fare uso anche in imprese con pochi dipendenti.

Sono capi indispensabili in luoghi dove si coltivano relazioni con l’estero. Alla loro manutenzione concorrono macchine per lo stiro da 50 pezzi l’ora e nuovi solventi utilizzati nel lavaggio a secco

 

Un’Italia a due velocità è costante che ritorna anche quando il tema diventa quello degli abiti da lavoro. È infatti lo stesso Paese dove, passando per un qualsiasi quartiere urbano o scorcio di campagna, si vedono ancora tute da meccanico sgocciolare appese fuori dalle finestre, fresche di domestico lavaggio. Esattamente come un secolo fa, sono indumenti professionali tante volte lasciati alle cure dei loro utilizzatori, e non destinati a lavanderie specializzate, come comunemente accade all’estero.
Poi scopri che, sempre in Italia, si organizzano esposizioni come quella allestita nel 2014 alla Triennale di Milano, ovvero gli abiti da lavoro secondo quaranta designer di eccellenza mondiale. Da qui nascono il “gelataio vegetale” creato dal giapponese Toshiyuki Kita, il raccoglitore di conchiglie dovuto al genio di Nanni Strada e altre trentotto creazioni tese a sublimare il look di questi capi da vestiario della più classica quotidianità: tute, camici, grembiuli, divise e quant’altro si usa nei luoghi del lavoro.

Un bel contrasto, ma destinato ad appianarsi, considerando il business imponente che può prodursi attorno alle divise da lavoro. Solo per restare in Italia, uno dei colossi del settore, la Klopman di Frosinone, dichiarava per l’anno 2016 un fatturato globale di 130 milioni di euro, in gran parte realizzato all’estero, e riferito a una produzione di 40 milioni di metri di tessuto.
Settore vitale e fruttifero, quello degli abiti da lavoro, ma a patto di saperlo scoprire usando la chiave giusta.
Ecco quattro idee in proposito: Corinna Mapelli, co-titolare della Trevil, macchine per lo stiro: “È una realtà in cui la competition fra imprese è soggetta spesso alle regole di una gara d’appalto, come quella vinta da un nostro cliente che ora lava e stira le divise della compagnia aerea di stato del suo Paese. A queste gare partecipano con successo lavanderie dotate di macchine duttili e multiuso, tipo i manichini che un unico operatore può utilizzare sia per i capi asciutti che per quelli umidi”.
Luciano Miotto, amministratore delegato di Imesa, macchine per lavanderie: “Siamo in un Paese ancora arretrato nel settore degli abiti da lavoro. Soltanto le grandi aziende sentono il bisogno dell’immagine di una divisa che sia uguale per tutti, e ogni giorno pulita. Se invece l’impresa è piccola, dipende dalle relazioni: chi abitualmente riceve clienti stranieri si premura di fornire il suo personale di divise da lavoro. Obbligare meglio di no, ma incentivare all’uso dell’abito da lavoro forse sì”.
Marco Niccolini, direttore commerciale di Renzacci, macchine per lavanderie: “Constatiamo periodicamente la crescita di questo settore anche nel nostro Paese. Meno tute da meccanico finiscono appese al terrazzo di casa, per essere invece destinate a lavanderie altamente professionali, in grado di utilizzare per questi capi le nuove risorse del lavaggio a secco, ovvero solventi naturali con cui oggi si riesce a sgrassare qualsiasi tipo di unto da officina”.
Walter Cividini, amministratore delegato di Fimas, macchine per lo stiro: “Una grande novità generatasi all’interno dell’indotto delle divise da lavoro è rappresentata da una nuova clientela, formata da imprese mediopiccole, che oggi tendono a gestire internamente lavaggio e stiro delle proprie uniformi. Le macchine da stiro che serviranno a queste aziende sono quelle da 50-70 pezzi all’ora, che solo qualche anno fa era impensabile destinare a un settore del genere”.
L’importante è un approccio che, considerando i volumi in gioco, deve avere fondamenta forti in termini di conoscenze e strategie. Senza escludere di essere, quando serve, controcorrente. Come ricorda in un comunicato la Christeyns, multinazionale belga dei prodotti chimici con sede in Italia, distintasi negli ultimi anni per linee di detergenti di provata sostenibilità ambientale.
Sono risultati ottenuti ribaltando la regola del circolo di Siner, secondo la quale, se si riducono acqua ed energia, devono aumentare le quantità di prodotti chimici.
In realtà, non è necessario aumentare il loro consumo  quando si possono usare tipi differenti di detergenti: lavaggi a bassa temperatura, e consumi ridotti di acqua, possono così accordarsi con linee studiate appositamente per il lavaggio delle divise da lavoro.
Anche la Macpi, che produce macchine per lo stiro a Palazzolo sull’Oglio, conferma in un comunicato come la gestione degli abiti da lavoro sia tema sempre più cruciale per le grandi industrie, gli ospedali, gli hotel, le grandi comunità. Sono location fra loro molto diverse, di cui bisogna possedere specifiche conoscenze. Ma a caratterizzarle tutte è la riduzione costante di manodopera, per cui diventa vincente sviluppare modelli automatici per lo stiro delle casacche e dei pantaloni, come unità a quattro stazioni rotanti in grado di stirare migliaia di capi con un solo operatore: soluzione ideale per una struttura ospedaliera. L’integrazione con i sistemi di trasporto permette inoltre di lavorare direttamente con il  capo in gruccia, con ulteriore risparmio di tempo.
In un altro comunicato la Pony, che produce macchine per lo stiro nel Milanese, sottolinea l’importanza prioritaria della duttilità nel settore degli abiti da lavoro.
Dove troverà facilmente spazio una linea di presse caratterizzate da un ottimo rapporto qualità/prezzo, e disponibili con piani dalle differenti forme, finalizzate allo stiro di ogni indumento da lavoro: divise, camici, pantaloni.
Quanto ai manichini per gli abiti da lavoro precedenza a quelli che consentono di stirare tutti i capispalla in genere, ma anche camici, casacche, giacche da cuoco e camicie. Sono macchine che, tramite un commutatore, si predispongono per la stiratura di capi umidi (lavati ad acqua e centrifugati), oppure per la stiratura delle giacche in tessuto delle divise alberghiere.
Italia, abiti da lavoro, qualcosa si muove. Vi sapremo in futuro dire come.

 

di Stefano Ferrio

Rivista Detergo – Gennaio 2018

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